Mediolani

Adulterinae abite claves

In occasione della bella mostra EL SUR CARLO MILANES - Carlo Porta nel bicentenario della morte (1821-2021), tenutasi nella Sala del Tesoro del Castello Sforzesco di Milano, il mio sguardo si è posato sul grande Affresco di Argo, unico elemento decorativo scampato alle ingiurie del tempo e degli uomini, ricomparso nel 1893, come spiega la bella scheda informativa redatta da Alessia Sana per il Comune di Milano.

L’affresco inquadra e sovrasta la piccola porta di accesso a uno stanzino in cui era custodito il tesoro del Duca di Milano. Alla fine del XV secolo il Bramantino[1] (?) aveva raffigurato un gigantesco Argo, il mitico guardiano dai cento occhi, il guardiano migliore per difendere la ricchezza ducale. Il volto di Argo è scomparso, ma gli altri elementi decorativi della complessa decorazione permettono di identificare con sicurezza la figura dominante dell’opera.

La scheda illustrativa spiega i dettagli del dipinto e racconta la storia della sua recente riscoperta casuale, con opportuni riferimenti all’episodio delle Metamorfosi di Ovidio (I, 668-723) in cui il poeta racconta come gli occhi del gigante Panoptes finirono sulla coda del pavone: i due pavoni simmetricamente disposti ai lati dell’affresco confermano il tema della decorazione.

Sopra la porta si trova la scritta latina che ha attirato la mia attenzione. La scheda spiega che è “rielaborazione di un’espressione tratta dall’Ars Amatoria di Ovidio”. Sarà proprio così?

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Un’opera così bella doveva avere un nome significativo. Necesse è il titolo che è stato dato alla pittura murale più grande d’Italia, 1300 metri quadrati che parlano di noi e delle sofferenze di un periodo che dobbiamo ancora metterci alle spalle. 26 giugno 2021: tanta gente presente all’inaugurazione. In un giardino di periferia recuperato al degrado, dove c’era un vecchio rudere (abbattuto) in mezzo a un campo di rifiuti. Aree come questa possono rinascere solo grazie a virtuose collaborazioni e… finanziamenti. Ci vogliono privati sensibili e buona politica territoriale, che sono giustamente ricordati nella targa che riepiloga questa bella storia di periferia. 

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Europa Latina è un’iniziativa formidabile, che ha saputo realizzare quello che nessun gruppo di insegnanti mai è riuscito nemmeno a pensare: proporre una didattica condivisa, basata su un metodo diverso da quello tradizionale, che si ispira alla didattica delle lingue cosiddette “vive”.

Impresa difficile, che ha introdotto cambiamenti epocali nella didattica delle lingue classiche. Il docente non è il verbo infallibile che dispensa il proprio sapere, seguendo schemi tramandati di generazione in generazione, rassicuranti quanto “vecchi”, nati in una scuola che non c’è più, che poteva contare su alunni ubbidientissimi proponendo “rosa, rosae…”, frasi come “le fanciulle immolano alle dee le cerve” e altre amenità che culminavano in elenchi di eccezioni d'ogni tipo. L’insegnante di questo nuovo metodo si mette in gioco per dare vita alle lingue che sono considerate insipientemente “morte”.

Il banner inserito nella prima pagina è un invito a curiosare nelle attività di questa vivacissima accademia di formazione.

Post scriptum (solo per chi è curioso)

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Un lettore di questo sito mi ha chiesto un commento al motto latino che compare in due stemmi militari; prendo atto di un'altra dimostrazione della vitalità della lingua latina, che resiste grazie alle caratteristiche di nobiltà e universalità che la caratterizzano, e mi accingo alla loro analisi dopo aver constatato con piacere che hanno ascendenze ovidiane.

I motti sono due:

Ovidio ad Arco (TN)

Che sul quadrante di una meridiana compaia una frase riguardante il passare del tempo non fa meraviglia; che sia in latino… nemmeno, perché è una lingua nobile, che induce alla riflessione. Trovare però un verso elegante e profondo succede di rado e la meraviglia cessa quando si scopre che il testo è di Ovidio.
Siamo ad Arco, a due passi dal lago di Garda. La chiesa è la più importante, si trova nel centro della città: è la Collegiata di Santa Maria (o dell’Assunta); la meridiana è collocata sulla parete dell’abside, grande e ben esposta al sole. Il verso è il 771 del VI libro dei Fasti[1], ha un tono “trentino”, severo, ruvido e realistico.  Eccolo:

Tempora labuntur tacitis senescimus annis
Il tempo scivola, invecchiamo in anni silenziosi

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