AFFRESCO DA VIAGGIO
Questo splendido affresco del I secolo d.C. rinvenuto nel 1937 ad Ercolano rappresenta un raro esempio di pittura "portatile" dell'antichità romana.
A differenza della maggior parte degli affreschi parietali fissi, quest'opera fu concepita per essere mobile, montata su una struttura in legno carbonizzato con la funzione sia da supporto che da cornice.
La scena raffigura dieci amorini impegnati in un complesso rituale attorno a un tripode che regge l'omphalos, la pietra sacra che simboleggiava il centro del mondo a Delfi.
Il supporto ligneo è eccezionalmente preservato grazie al processo di carbonizzazione avvenuto durante l'eruzione del Vesuvio nel 79 d.C., un fenomeno tipico dei reperti organici di Ercolano.
L'affresco fa parte del Parco Archeologico di Ercolano.

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Gherardo Petrarca

Indagine biografica sulla vita del fratello minore di Francesco, basata sulle fonti storiche e sulle opere del grande poeta, che a lui si rivolse e che di lui parlò nelle sue Lettere.
La conversazione è dedicata a Gherardo Petrarca, il fratello minore che fece una scelta molto lodata ma non imitata da Francesco, un fratello esemplare, che fu compagno di vita del nostro poeta; cercheremo informazioni su di lui negli studi e nelle (non molte) fonti storiche che lo riguardano; ci serviremo delle opere di Francesco per ricostruire una biografia il meno possibile immaginaria.
Nella pagina seguente potrai visualizzare o scaricare l'invito
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QVI (NON) FU BATTEZZATO SANT’AGOSTINO
In via Lanzone, all’altezza del N. 30, nei pressi della chiesa di Sant’Ambrogio, si trova la piccola chiesa di S. Agostino in Camminadella, edificio poco appariscente sul cui timpano spezzato campeggia un’iscrizione del XVI sec. che indica questo come il luogo in cui sant’Agostino fu battezzato da Sant’Ambrogio.
L’iscrizione è questa:
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DIVUS AUGUSTINUS |
SANT’AGOSTINO |
Possibile che Agostino sia stato battezzato in questo luogo, vicino alla chiesa di Sant’Ambrogio e lontano dal Duomo? Proviamo a indagare, partendo dalle parole del santo.
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Dopodiché
Nel vocabolario italiano ci sono espressioni ordinate in ordine alfabetico che lasciano il loro rango di parole normali per uscire alla ribalta e diffondersi inspiegabilmente nei discorsi di tutti. Luca Goldoni fu un grande osservatore di questo fenomeno, al punto da scrivere libri interi su una parola (Dipende, Cioè…) o su un modo di dire (Lei m’insegna, Colgo l’occasione, Non ho parole…).
Questo strano fenomeno poco tempo fa ha reso protagonista la parola “resilienza”, da molti detestata, ha reso pervasiva l’espressione qualunquistica “quant’altro”, tanto per ricordare alcuni casi recenti. Poi la moda linguistica passa, perché le parole e le espressioni troppo usate stancano, non destano più attenzione e, soprattutto, perdono di efficacia, scadendo nel luogo comune. Chi usa più o si ricorda le espressioni “a monte” e “a valle”?. Cose del tempo passato.
Oggi si sta assistendo alla diffusione a macchia d’olio di “dopodiché”.
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- Scritto da Franciscus
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Petrarca e i servi
Petrarca aristocratico
Tutti quelli che hanno studiato il latino o che hanno studiato la storia della schiavitù hanno letto la lettera nella quale Seneca parla dei servi (schiavi), che vanno trattati umanamente, perché a questo mondo siamo tutti conservi, esseri umani tutti soggetti al destino.
Francesco Petrarca, in una lettera[1] inviata al fratello Gherardo, ha dei servi una stima molto diversa rispetto quella di Seneca nell’epistola indirizzata a Lucilio[2]. Scopriamo così, con una certa sorpresa, un lato aristocratico della mentalità del grande poeta, allineata con quella delle classi privilegiate del tempo e opposta a quella del filosofo latino, come risulterà rileggendo le parole di questi due grandi autori.
Petrarca prende spunto dai conviviorum gloriosa fastidia (gloriosi fastidi dei conviti), i pranzi ufficiali, durante i quali si chiede: quid non iniuriarum a servis contumeliarumque perpetimur? (cosa non subiamo di offese e ingiurie da parte dei servi?).
E inizia la sua polemica con Seneca dicendo
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