Carneade! Chi era costui?

Con queste parole attribuite a don Abbondio, intento a leggere “un libricciolo”, si apre il capitolo VIII del Romanzo, uno dei più belli e intensi, chiuso dal celeberrimo “Addio monti”. In quel capitolo così cruciale, movimentato, pieno di vicende, di riflessioni e di poesia il nome del filosofo è stato spesso sottovalutato, è passato quasi inosservato, è quasi diventato antonomasia di “sconosciuto”.
Nel primo incontro del ciclo “Scoprire e raccontare” (11 febbraio 2025), organizzato dalla Veneranda Biblioteca Ambrosiana, Carneade è diventato protagonista della conferenza nella quale mons. Federico Gallo ha raccontato il ritrovamento del libricciolo di don Abbondio.
Sembrava strano che questo “libricciolo” fosse un’invenzione manzoniana; per essere sicuri bisognava trovarlo davvero e l’unico modo era quello di partire dai pochi indizi contenuti nel capitolo. Manzoni parla di “un panegirico in onore di san Carlo, detto con molta enfasi, e udito con molta ammirazione nel duomo di Milano, due anni prima”, in cui il santo era “paragonato, per l’amore allo studio, ad Archimede… e anche a Carneade”.
Dal punto di vista cronologico tutto torna: il panegirico era stato pronunciato nel 1626, il IV novembre, giorno della festa di San Carlo Borromeo, nello stesso mese in cui è immaginato l’incontro con i bravi. Ci sono abbastanza elementi per stimolare la curiosità di uno studioso.
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Mimesis - μίμησις

Mimesis – μίμησις (imitazione) - è un termine fondamentale della teoria classica dell’arte, che ha attraversato i secoli giungendo fino a noi e subendo, nel lungo percorso, slittamenti di significato e diversità di valutazioni.
Nel pensiero di Platone troviamo una duplice condanna dell’arte come imitazione della realtà sensibile. Innanzitutto sotto il profilo conoscitivo l’artista – ad esempio il pittore che ritrae un qualsiasi aspetto del mondo - non si avvicina, ma si allontana dalla conoscenza del vero, che è l’idea; se in un dipinto rappresenta – imita – un letto, di quell’oggetto non sa nulla, a differenza del falegname che produce il letto fisico avendo come modello il letto ideale; in altri termini, il buon falegname ha una conoscenza superiore a quella del pittore perché, sia pure nel limitato campo della sua techne τέχνη (arte), sa che cosa è un letto, quali caratteristiche e proporzioni deve avere per essere tale. (Repubblica, libro X)
Ma anche sotto il profilo morale e politico l’arte è degna di condanna, o perlomeno di un’accurata censura: Omero non può essere considerato il primo educatore della gioventù quando attribuisce agli dei e agli eroi azioni immorali; in generale viene condannata tutta la poesia che rappresenta e suscita passioni smodate e indegne di un buon cittadino. (Repubblica, libro II).
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La suggestione del latino nelle scienze
Qualche giorno fa, nella sezione Analisi e Commenti del Corriere della Sera, Massimo Sideri riporta questo articolo pubblicato anche sul sito dell’ANDE (Associazione Nazionale Donne Elettrici), che fa riferimento a un articolo della rivista Nature di un secolo fa (non 50 anni).
Il corsivo parla con piacevole leggerezza della “suggestione fuori tempo” di tornare alla lingua latina per la divulgazione del sapere scientifico. L’argomento di una lingua unica per la comunicazione scientifica è sempre attuale ed è stato recentemente approfondito anche in un articolo di Claudio Marazzini, presidente dell’Accademia della Crusca intitolato “Ma siamo sicuri che la lingua della ricerca sia solo l’inglese?”.
Alcune espressioni latine contenute nell’articolo hanno attirato la mia attenzione.
Andiamo a leggerle.
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San Francesco - Cantico delle Creature

Nella sua Enciclica Laudato si’ Papa Francesco ricorda il Cantico che in quest'anno giubilare compirà, secondo la FEMO (Foederatio Europae Mediae et Orientalis), gli ottocento anni. Da tempo si preparavano le celebrazioni, fin dalla costituzione, nel 2022, del Comitato della Famiglia Francescana per il Centenario francescano.
Il sito dei Frati Minori Conventuali dà notizia dell'apertura delle celebrazioni in questo articolo.
Il Cantico ha un indubbio valore religioso e ideologico, ma
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Dialogo leopardiano in latino dedicato all’anno nuovo
Il Dialogo di un venditore d’almanacchi e di un passeggere di Giacomo Leopardi è uno dei brani più famosi delle Operette Morali. Nei giorni che precedono il Capodanno è spesso riletto con piacere e citato dagli amanti della letteratura: breve, incisivo, arguto e popolare; è un capolavoro.
Questo Dialogo è lo sviluppo letterario di un’idea contenuta nello Zibaldone, scritta a Firenze cinque anni prima e che si trova in calce a questo articolo.
La più recente versione latina si trova nel grande volume “Il cielo senza stelle – Operette Morali e altre prose in traduzione latina con introduzione e a cura di Enrico Renna[1]” (Edizioni Sparton, Napoli 2005); riporto la versione latina di Arturo Bini[2], letterale per quanto è possibile, scorrevole e abbastanza semplice. Se non si ha sufficiente dimestichezza con il latino, si può leggere in parallelo con l’originale leopardiano. Un ottimo modo per iniziare il Novus Annus … latinamente.
Ecco il testo latino[3]
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