Quaere

Con queste parole attribuite a don Abbondio, intento a leggere “un libricciolo”, si apre il capitolo VIII del Romanzo, uno dei più belli e intensi, chiuso dal celeberrimo “Addio monti”. In quel capitolo così cruciale, movimentato, pieno di vicende, di riflessioni e di poesia il nome del filosofo è stato spesso sottovalutato, è passato quasi inosservato, è quasi diventato antonomasia di “sconosciuto”.

Nel primo incontro del ciclo “Scoprire e raccontare” (11 febbraio 2025), organizzato dalla Veneranda Biblioteca Ambrosiana, Carneade è diventato protagonista della conferenza nella quale mons. Federico Gallo ha raccontato il ritrovamento del libricciolo di don Abbondio.

Sembrava strano che questo “libricciolo” fosse un’invenzione manzoniana; per essere sicuri  bisognava trovarlo davvero e l’unico modo era quello di partire dai pochi indizi contenuti nel capitolo. Manzoni parla di “un panegirico in onore di san Carlo, detto con molta enfasi, e udito con molta ammirazione nel duomo di Milano, due anni prima”, in cui il santo era “paragonato, per l’amore allo studio, ad Archimede… e anche a Carneade”.

Dal punto di vista cronologico tutto torna: il panegirico era stato pronunciato nel 1626, il IV novembre, giorno della festa di San Carlo Borromeo, nello stesso mese in cui è immaginato l’incontro con i bravi. Ci sono abbastanza elementi per stimolare la curiosità di uno studioso.

La ricerca non era semplice. Sicuramente l’autore del panegirico non doveva essere famoso, perché le letture del pavido parroco non avvenivano con un criterio preciso, ma si basavano sulla facile reperibilità: “don Abbondio si dilettava di leggere un pochino ogni giorno; e un curato suo vicino, che aveva un po’ di libreria, gli prestava un libro dopo l’altro, il primo che gli veniva alle mani”.  La fama del santo, la ritualità della recita annuale di un panegirico a lui dedicato erano un buon punto di partenza per l’impegnativa ricerca.

La ricerca rischiava di fermarsi; la fonte primaria era bruciata durante la seconda guerra mondiale. Poi un’annotazione illuminante sull’inventario dei documenti distrutti dai bombardamenti ha portato a “un’altra copia” che si trovava a Roma, nella Biblioteca Nazionale Centrale, già Vittorio Emanuele II. E così è tornato alla luce il panegirico che stava leggendo don Abbondio.

Manzoni non aveva inventato nulla: il testo esisteva e le citazioni di Archimede e Carneade erano confermate.  Il panegirico è effettivamente molto retorico (Manzoni ci aveva avvisato), non ha particolare pregio, ma conferma la cura che il Manzoni aveva per i dettagli storici.

A questo punto ci si potrebbe chiedere perché il nome “Carneade” sia stato usato come incipit di un capitolo tanto importante per gli sviluppi della trama. Ha un certo peso formale l’effetto che questo nome sonoro produce con quella consonante velare “c” in apertura del capitolo, con il suo suono intenso e con la sua concretezza.

Guardando più in profondità si scopre che Carneade[1] fu un pensatore orientato all’utilitarismo e contrario alle concezioni etiche e politiche dello stoicismo, in particolare alla concezione della provvidenza; sappiamo che ricevette nell’antichità le critiche di Cicerone, Agostino, Lattanzio e, in tempi più recenti, da Alessandro Verri. Insomma: non è uno sconosciuto e don Abbondio è quasi un inconsapevole suo tardo discepolo.

Ecco perché il Manzoni ritenne che potesse essere il degno protagonista della pagina ironica con cui inizia questo capitolo fondamentale del Romanzo e volle che il Gonin lo raffigurasse mettendolo in mostra nel capolettera, in cui l’antico filosofo è immaginato intento a leggere un libro, o, meglio, un libricciolo.

 

[1] (214-129 a.C.) scolarca dell’Accademia, ebbe tra i suoi detrattori Cicerone, Agostino e Lattanzio