Petrarca aristocratico
Tutti quelli che hanno studiato il latino o che hanno studiato la storia della schiavitù hanno letto la lettera nella quale Seneca parla dei servi (schiavi), che vanno trattati umanamente, perché a questo mondo siamo tutti conservi, esseri umani tutti soggetti al destino.
Francesco Petrarca, in una lettera[1] inviata al fratello Gherardo, ha dei servi una stima molto diversa rispetto quella di Seneca nell’epistola indirizzata a Lucilio[2]. Scopriamo così, con una certa sorpresa, un lato aristocratico della mentalità del grande poeta, allineata con quella delle classi privilegiate del tempo e opposta a quella del filosofo latino, come risulterà rileggendo le parole di questi due grandi autori.
Petrarca prende spunto dai conviviorum gloriosa fastidia (gloriosi fastidi dei conviti), i pranzi ufficiali, durante i quali si chiede: quid non iniuriarum a servis contumeliarumque perpetimur? (cosa non subiamo di offese e ingiurie da parte dei servi?).
E inizia la sua polemica con Seneca dicendo
Excusat eos Seneca quidem verbis et omnem culpam reflectit in dominos, Luciliumque laudat servis “familiariter conviventem”.
Seneca riversa ogni loro colpa sui loro padroni e loda Lucilio che vive in familiarità con i servi.
Petrarca ha nella mente o sotto gli occhi il testo dell’epistola: non la cita letteralmente ma si serve delle parole del filosofo latino[3].
Petrarca prosegue così, senza remore:
Quid dicam? vereor tanti viri vellicare sententiam; et tamen quid prohibet? longe michi aliter videtur
Che devo dire? mi spiace polemizzare con il pensiero di un così grande uomo, ma cosa me lo impedisce? La penso in modo di gran lunga diverso.
[Intanto apprezziamo l’allitterazione petrarchesca della “v”]
Potuit illis forte vel prudentia ut bonos servos facerent, vel fortuna ut invenirent, prestitisse; michi, fateor, hactenus neutrum fuit, cum utriusque studium semper fuerit.
Fu il caso o la saggezza che consentì ai padroni di rendere buoni i servi, oppure la sorte fece sì che i padroni trovassero servi buoni; a me, fino ad ora, non è capitata nessuna delle due cose, nonostante il mio impegno per entrambe.
[Apprezziamo l’avverbio possibilista hactenus di Petrarca: “fino ad ora”, quindi non esclude che in futuro la sorte o la cura gli faranno trovare dei buoni schiavi.]
Itaque de se alii viderint, ego quod nescio laudare non possum; apud me et iniquissimum est servorum genus et proverbium illud vetus a Seneca reprehensum veri locum habet: «totidem hostes esse quot servos».
Insomma altri pensino alla propria situazione, io non so lodare ciò che non conosco; a casa mia c’è una genia di schiavi perfidi e quell’antico proverbio biasimato da Seneca corrisponde a verità: «tanti servi, tanti nemici».
[Seneca cita questo proverbio per biasimarlo. Petrarca afferma che questo proverbio sancisce una verità, sicuramente è allineato con i pregiudizi delle classi sociali alte]
Petrarca prosegue contestando l’epistola di Seneca
At de bonis servis epystola illa est, mali enim eodem auctore a dominorum consortio excluduntur. Credo; sic enim sonant verba et bonorum exempla de libris non pauca colligimus; nec id quidem ignoro neque scriptoribus fidem nego, sed sive temporum mutatio sive sors sive impatientia mea est, ego bonum servum nunquam vidi; quero tamen, et si forte obvius fuerit, velut occursu bicipitis hominis obstupescam.
Ma quell’epistola riguarda i servi buoni, quelli cattivi sono esclusi dal consorzio dei padroni secondo l’autore stesso. Ci credo: proprio così suonano le sue parole e dai libri ricaviamo non pochi esempi di servi buoni; non lo ignoro e non nego credibilità agli scrittori, ma, o sono cambiati i tempi, o la sorte, o è la mia insofferenza, io non ho mai conosciuto un servo buono; però lo cerco e, se lo incontrerò, mi stupirò come se incontrassi un uomo con due teste.
[Con un simpatico adynaton in salsa familiare Petrarca avvalora il proprio pregiudizio da aristocratico e prosegue anticipando eventuali critiche]
At nequis hoc vel sevitie vel desidie mee imputet, omnia tentavi, neque minus ego quam Lucilius "familiariter cum servis" meis "vixi" et ad consilium et ad confabulationes et ad cenam illos admisi, meque ipsum et res meas illorum fidei commisi fidelesque ut facerem credidi; nec credendo profeci, quin potius ars omnis in contrarium versa est
Ma perché nessuno attribuisca questo pensiero alla mia crudeltà o indolenza, ho provato di tutto, e io non meno di Lucilio «sono vissuto in familiarità con i miei servi, li ho ammessi al consiglio, alla conversazione e a cena, ho affidato la mia persona e le mie cose alla loro lealtà, mi fidai per rendermeli fedeli; e fidandomi non guadagnai altro che ogni mio sforzo si volgesse piuttosto in senso contrario.
Petrarca riprende le situazioni e le parole della lettera di Seneca: familiariter te cum servis tuis vivere, prudentiam (decet), cum servo suo cenare, cum ipsis (dominis) erat sermo… Purtroppo si limita a citare le parole senecane, senza farsi convincere dal seguito dell’epistola.
Servorum enim a colloquio meo nemo non procacior discessit, nemo non contumacior surrexit a cena, et ut familiaritas insolentes, sic fidutia fures esse docuit; ut ergo Senece de suis, sic michi de meis et amicorum servis - omnes enim fere nescio quomodo pares sunt - vera loqui liceat; ego quidem, fateor, servili pervicacia nil molestius patior in vita.
Nessuno dei servi è uscito meno sfacciato da un colloquio con me, nessuno meno impertinente da una cena, e come la familiarità li rese insolenti così la fiducia insegnò loro ad essere ladri; come dunque a Seneca è lecito parlare dei suoi così a me sia lecito dire la verità dei servi miei e di quelli dei miei amici – quasi tutti, non so come, sono uguali; io sicuramente, lo confesso, nella mia vita non sopporto niente di più molesto della pervicacia dei servi.
Poi Petrarca chiude velocemente questa digressione con un rapido accenno ai servi infedeli di Ulisse e alle ingiurie subite dall’imperatore Federico, quindi ritorna all’argomento principale della sua lettera di esortazione al fratello a persistere nella scelta di vivere nella fede di Dio.
Un breve commento
Che dire? Seneca, pagano, scrisse parole più nobili e “cristiane” di Petrarca, che, considerando la sua posizione e le sue idee, ci si sarebbe aspettati un po’ più cristiano che aristocratico. La statura del nostro grande poeta resta grande, ma possiamo sorridere a questa sua debolezza mondana. Del resto il poeta stesso ammise la propria debolezza di fronte al fascino della vita di mondo; non dimentichiamo poi che la mentalità di quel secolo era quella e che sopravvisse per tanti secoli, fino alla vigilia del nostro. Qualcuno si ricorderà che i nostri antenati chiamavano “serva” o “servo” i propri domestici.
Il testo latino della lettera, X, 3 è stato tratto da https://www.cassiciaco.it/navigazione/scriptorium/testi%20medioevo/petrarca/familiares/lettera_X_3.html
La traduzione è mia
L’immagine di Petrarca risale al 1379 è di Altichiero, è classificata come table of Contents to Petrarch's De Viris Illustribus, 1379 (BnF MS Latin 6069F), with a portrait of the author; è presa da https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Petrarch-bnf-lat-6069F.jpg
[1] Familiares. X, 3, scritta il 23 settembre 1348 e inviata da Carpi. In questa lettera Francesco esorta il fratello a perseverare nella sua decisione di diventare monaco certosino, approvando e lodando la sua scelta votata alla spiritualità.
[2] Ep.ad Lucilium V, 47
[3] Libenter… cognovi familiariter te cum servis tuis vivere, sono con piacere venuto a sapere che vivi in familiarità con i tuoi servi