
Come può rivivere la musica antica
Quando si parla della musica antica spesso ci si trova di fronte a un pregiudizio difficile da vincere: la musica antica è perduta, non è rimasto nulla ed è impossibile quanto inutile cercare di recuperare il suono di strumenti che non esistono più.
È sicuramente impossibile recuperare qualunque suono antico, a partire da quello delle parole: come si pronunciava il greco ad Atene nel tale secolo? E a Sparta la pronuncia com’era? E i Macedoni avevano una pronuncia un po’ barbarica? Di fronte a tanti scrupoli dovremmo solo fare una lettura mentale dei testi greci?
Per fortuna abbiamo alcune letture convenzionali (per esempio la pronuncia erasmiana) che ci permettono di leggere un testo in greco antico e di capirlo ascoltandolo. Con le nostre pronunce imperfette possiamo ancora emozionarci leggendo e ascoltando i testi di alcuni grandi autori scritti tanti secoli fa.
Che atteggiamento prendere di fronte alla musica? Abbiamo anche dei trattati tecnici, abbiamo la consapevolezza dell’importanza della musica nella cultura greca, ma un suono non si può descrivere con le parole, un suono è una realtà immateriale.
Abbiamo però numerose raffigurazioni degli strumenti antichi giunte a noi per mezzo di quell’album fotografico straordinariamente ricco costituito dalla pittura vascolare. Da quelle raffigurazioni sono partiti illustri musicologi e musicisti per dare una forma agli strumenti e una voce ai suoni, raggiungendo risultati straordinari, di assoluta eccellenza. Dei dischi di Gregorio Paniagua e di Petros Tabouris[1] pensavo di averne già parlato in passato; rimedierò.
Oggi concentro la mia attenzione su uno strumento cordofono antico, citato da Orazio[2], il barbitos (βάρβιτος)[3].
Rivendicando a sé la dignità di poeta lirico, afferma che la condizione per essere inserito fra i poeti lirici è quella “che Euterpe (Musa della musica e della poesia lirica) non metta a tacere il flauto e Polimnia (Musa dell’orchestica) non si rifiuti di tendere il barbitos lesbio[4].
Orazio associa alla poesia lirica uno strumento che è spesso ritratto nelle mani di Saffo. Dalle raffigurazioni si vede che è uno strumento portatile con sette corde, da suonare seduti, adatto ad accompagnare testi cantati (o recitati), una variante della cetra, lontana parente della moderna chitarra.
Colpendo le corde vuote con una mano si ottenevano un numero limitato di suoni (in genere sette), ma muovendo sulle corde anche l’altra mano il musicista poteva riprodurre tutte le note.
Al gruppo Luthieros che studia e produce musica per barbitos, fanno capo egregi maestri di musica che organizzano corsi e producono brani di grande suggestione, non certo quegli sgradevoli suoni prodotti da strumenti-giocattolo. Qui sotto si trovano alcuni link utili per approfondire la conoscenza dello strumento e, soprattutto, per ascoltare brani musicali piacevolissimi.
È questa la musica che ascoltavano i popoli antichi? È questo il suono degli Strumenti “originali”? NO, ma i grandi maestri passati alla storia e al mito come grandi musicisti suonavano quasi certamente così e il suono doveva essere questo. E poi… diciamo la verità: questa musica è comunque piacevole da ascoltare.
Link di riferimento (alla data della pubblicazione di questo articolo) https://www.youtube.com/watch?v=T_d2rVzK3Y0
di Nikos Xanthoulis
https://www.youtube.com/watch?v=MA80ieshy4I&t=172s
Prossimamente: L’ode 32 del primo libro dedicata al Barbitos
Buona musica a tutti

[1] Πέτρος Ταμπούρης
[2] Odi I, 1, v. 34
[3] C’è chi usa la forma βάρβιτον, ma Orazio lo considera maschile, come presso i poeti alessandrini (I. Cazzaniga, Scelta di odi oraziane) e sulla scorta del vocativo barbite in Carm. I, 32, 4.
[4] …si neque tibias | Euterpe cohibet nec Polyhymnia | Lesboum refugit tendere barbiton (Carm. I, 1, 32-34); tendere (le corde?) si potrebbe anche interpretare come “accordare”.