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Qualche giorno fa, nella sezione Analisi e Commenti del Corriere della Sera, Massimo Sideri riporta questo articolo pubblicato anche sul sito dell’ANDE (Associazione Nazionale Donne Elettrici), che fa riferimento a un articolo della rivista Nature di un secolo fa (non 50 anni).
Il corsivo parla con piacevole leggerezza della “suggestione fuori tempo” di tornare alla lingua latina per la divulgazione del sapere scientifico. L’argomento di una lingua unica per la comunicazione scientifica è sempre attuale ed è stato recentemente approfondito anche in un articolo di Claudio Marazzini, presidente dell’Accademia della Crusca intitolato “Ma siamo sicuri che la lingua della ricerca sia solo l’inglese?”.
Alcune espressioni latine contenute nell’articolo hanno attirato la mia attenzione.
Andiamo a leggerle.
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Il Dialogo di un venditore d’almanacchi e di un passeggere di Giacomo Leopardi è uno dei brani più famosi delle Operette Morali. Nei giorni che precedono il Capodanno è spesso riletto con piacere e citato dagli amanti della letteratura: breve, incisivo, arguto e popolare; è un capolavoro.
Questo Dialogo è lo sviluppo letterario di un’idea contenuta nello Zibaldone, scritta a Firenze cinque anni prima e che si trova in calce a questo articolo.
La più recente versione latina si trova nel grande volume “Il cielo senza stelle – Operette Morali e altre prose in traduzione latina con introduzione e a cura di Enrico Renna[1]” (Edizioni Sparton, Napoli 2005); riporto la versione latina di Arturo Bini[2], letterale per quanto è possibile, scorrevole e abbastanza semplice. Se non si ha sufficiente dimestichezza con il latino, si può leggere in parallelo con l’originale leopardiano. Un ottimo modo per iniziare il Novus Annus … latinamente.
Ecco il testo latino[3]
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Leggi tutto: Dialogo leopardiano in latino dedicato all’anno nuovo

Come può rivivere la musica antica
Quando si parla della musica antica spesso ci si trova di fronte a un pregiudizio difficile da vincere: la musica antica è perduta, non è rimasto nulla ed è impossibile quanto inutile cercare di recuperare il suono di strumenti che non esistono più.
È sicuramente impossibile recuperare qualunque suono antico, a partire da quello delle parole: come si pronunciava il greco ad Atene nel tale secolo? E a Sparta la pronuncia com’era? E i Macedoni avevano una pronuncia un po’ barbarica? Di fronte a tanti scrupoli dovremmo solo fare una lettura mentale dei testi greci?
Per fortuna abbiamo alcune letture convenzionali (per esempio la pronuncia erasmiana) che ci permettono di leggere un testo in greco antico e di capirlo ascoltandolo. Con le nostre pronunce imperfette possiamo ancora emozionarci leggendo e ascoltando i testi di alcuni grandi autori scritti tanti secoli fa.
Che atteggiamento prendere di fronte alla musica? Abbiamo anche dei trattati tecnici, abbiamo la consapevolezza dell’importanza della musica nella cultura greca, ma un suono non si può descrivere con le parole, un suono è una realtà immateriale.
Abbiamo però numerose raffigurazioni degli strumenti antichi giunte a noi per mezzo di quell’album fotografico straordinariamente ricco costituito dalla pittura vascolare. Da quelle raffigurazioni sono partiti illustri musicologi e musicisti per dare una forma agli strumenti e una voce ai suoni, raggiungendo risultati straordinari, di assoluta eccellenza. Dei dischi di Gregorio Paniagua e di Petros Tabouris[1] pensavo di averne già parlato in passato; rimedierò.
Oggi concentro la mia attenzione su uno strumento cordofono antico, citato da Orazio[2], il barbitos (βάρβιτος)[3].
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Assistendo alla bella “Prima della Scala”, sono stato colpito dalla presenza di alcune frasi latine contenute nel libretto dell’opera verdiana La forza del destino, scritto da F. M. Piave. Le ho rintracciate e ho trovato qualche elemento interessante per sottolineare l’importanza che la lingua latina riveste nella cultura.
All’inizio del secondo atto, nell’osteria del villaggio di Hornachuelos, i presenti chiedono all’alcade di benedire la mensa. L’alcade affida l’incarico a quello che gli sembra di più alto rango, uno studente “licenziato” (laureato)[1], che è in realtà Don Carlo Vargas, in viaggio sotto il falso nome di Pereda.
Lo studente recita “di buon grado” la più classica delle formule latine di benedizione “In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti”, ricevendo l’altrettanto rituale Amen dei presenti, che ringraziano per il cibo che si accingono a mangiare.
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I neonati hanno una buona vista, migliore di quella che normalmente si crede: lo afferma la scienza e lo può confermare la poesia. Questo era (più o meno) il contenuto di un mio “vecchio” articolo del 2015.
Un collega che ha letto attentamente l’articolo mi ha suggerito una correzione nella traduzione di un verso virgiliano della IV ecloga. E così, rileggendo l’articolo in questione, ho fatto una scoperta molto piacevole: ha avuto più di 16.000 letture. Niente male per il mio sito nato senza tante ambizioni quasi vent’anni fa!
Poi...
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Leggi tutto: Il sorriso dei neonati e la volatilità di Internet