Monasterium sine libris (Il latino del Nome della Rosa - 3)

Nel capitolo dedicato all’Ora Terza del primo giorno troviamo ancora numerose frasi in latino, ma, prima di continuare nella nostra disamina, devo fare un’operazione urgente: cambiare l’edizione del romanzo! Stavo seguendo un’edizione cartonata, esteticamente bella (CDE - 1980), quando - horrribile visu! - mi sono imbattuto in uno sgrammaticatissimo “coram monachos”. Vado a verificare su un’altra edizione e trovo l’espressione corretta “coram monachis”. Dato che questa stessa edizione riporta anche la parola “pelle”, di cui avevo biasimato la mancanza nella seconda puntata di queste noterelle, decido di lasciare per sempre l’edizione CDE e di seguire la tascabile di Bompiani, che riporta i testi latini con maggior precisione.

In quest’ultima parte del capitolo troviamo due brevi espressioni:

  • Eris sacerdos in aeternum
  • coram monachis

La seconda espressione è del tutto generica, con funzione di “atmosfera”[1] mentre sembra molto più interessante la prima, che deriva dalla Bibbia (Salmo 109, 110, 4). Ecco il testo, che allude all’investitura sacerdotale secondo l’ordine di Melchisedec[2], il Re Messia che diverrà simbolo del Sacerdozio di Cristo.

...
Juravit Dominus et non pænitebit eum:
«Tu es sacerdos in æternum
secundum ordinem Melchisedech».

Dominus a dextris tuis
confregit in die iræ suæ reges.
Judicabit in nationibus,
implebit ruinas conquassabit capita
in terra multorum.

De torrente in via bibet,
propterea exaltabit caput.

Nel testo latino della Bibbia c’è il presente es al posto del futuro eris che si trova nel testo del romanzo: la frase, usata nella formula di ordinazione dei sacerdoti, fa capire a Guglielmo che l’Abate allude a un fatto conosciuto in confessione, quindi Guglielmo dovrà fare le sue indagini rispettando il segreto confessionale.

In questo capitolo abbiamo fin qui trovato un latino di atmosfera coerente con il contesto storico medievale e l’ambientazione specifica del monastero. Quando però l’Abate e Guglielmo disquisiscono sulle biblioteche del tempo troviamo questo passo interessante:

Monasterium sine libris,” citò assorto l’Abate, “est sicut civitas sine opibus, castrum sine numeris, coquina sine suppellectili, mensa sine cibis, hortus sine herbis, pratum sine floribus, arbor sine foliis…

“Un monastero senza libri è come una città senza risorse, un castello senza esercito, una cucina senza suppellettili, una mensa senza cibi, un orto senza erbe, un prato senza fiori, un albero senza foglie”

La frase è letteralmente attribuibile a Jaques Loubert, priore della Certosa di Basilea tra il 1480 e il 1501, morto nel 1513[3] quindi in un tempo posteriore a quello in cui è ambientato il romanzo.  
Volendo essere rigidi potremmo considerarlo un anacronismo, anche perché non sembra del tutto convincente il riferimento che altri fanno a Geoffroy de Breteuil, priore di Santa Barbara in Neustria, morto nel 1194.
Gaufridus nell’epistola XVIII, indirizzata a Petrus Mangot, si congratula con lui per aver ricevuto la concessione di costruire un cenobio e gli parla della necessità di allestirvi una biblioteca.

È bello rileggere questa lettera appassionata che vede negli scaffali pieni di libri (sacri) le armi con cui combattere contro l’ignoranza. Bisogna tuttavia rilevare che il priore Gaufridus si riferisce specificatamente alla parola di Dio, non a una biblioteca universale come quella dell’Abbazia del romanzo di Eco. Inoltre le sue parole “Claustrum sine armario, quasi castrum sine armamentario” sono un’espressione proverbiale  chiara, completa e in rima. Il priore di Basilea non riprende alla lettera questo proverbio ma esprime lo stesso concetto con un’ampia enumerazione.

Coerentemente con la logica del romanzo, il detto, in questa versione estesa ed elegante, poteva anche essere proverbiale e forse rimase solo nella tradizione orale fino al XVI secolo.
Rinunciamo quindi a considerarlo un anacronismo e accettiamo volentieri che l’Abate dell’Abbazia, personaggio in grado di competere con Guglielmo per arguzia e sapienza, usi questa bella frase anticipando i tempi. Qualche secolo più tardi Goffredo-Geoffroy-Gaufridus la metterà in forma scritta per darci il piacere di leggerla nel Nome della Rosa.

 

(continua)

 

[1] Cfr. Ordinatio Sancti Ambrosii; sull’argomento c’è una bellissima tesi di laurea di Maria Cristina Cuccu pubblicata in ISSUU

[2] Melchisedec significa « Re di giustizia »; i doni da lui offerti diventeranno simbolo dei doni dell’Eucarestia.

[3] Cfr. Anne Sophie Dominé, Être bibliothécaire en Chartreuse

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