Come introduzione all'incontro di domani 11 ottobre 2023 alla Biblioteca Accursio ripropongo l'articolo scritto per la rivista Cooperazione&Solidarietà (N. 237 - luglio 2023). Buona lettura :-)  

A Milano, all’angolo fra la via Gian Giacomo Mora e corso di Porta Ticinese, fu eretta la colonna infame per ricordare la pena esemplare inflitta a due sfortunati innocenti accusati, come “untori”, di avere diffuso la peste. 

Il processo si era svolto secondo le regole del tempo, che purtroppo prevedevano il legittimo ricorso alla tortura per ottenere la confessione degli accusati.

Il barbiere Gian Giacomo Mora e il commissario della sanità Guglielmo Piazza furono condannati come rei confessi, mentre a Milano nel 1630 imperversava una terribile epidemia di peste, un morbo estremamente contagioso che la scienza del tempo non era in grado né di curare né di prevenire.

La popolazione milanese

viveva chiusa in casa per paura del contagio, le relazioni umane erano cambiate: ognuno si ingegnava come poteva per sopravvivere, crescevano la diffidenza e i sospetti. Si diffuse la convinzione che una malattia così potente e devastante doveva essere provocata da qualcuno.

Fu così che “La mattina del 21 di giugno del 1630 una donnicciola, trovandosi per disgrazia a una finestra d’un cavalcavia che allora c’era al principio di via della Vetra de’ cittadini… vide venire un uomo con una cappa nera, e un cappello sugli occhi… fregar una carta…”. Con un’amica seguì questo personaggio equivoco che sembrava ungere “le muraglie”, che apparirono “imbrattate d’un certo ontume” giallognolo.

Avevano trovato le prove di quella che oggi chiameremmo una “leggenda metropolitana”: avevano individuato un “untore”, uno di quei perfidi individui che volevano far morire la gente.

Intervenne l’autorità giudiziaria; sotto la pressione dell’opinione pubblica furono aperte delle indagini approfondite, alimentate dalla paura e fondate su pregiudizi e ignoranza.

Fu così che due poveri malcapitati caddero nella macchina della Giustizia del tempo: il Mora e il Piazza furono torturati e costretti a confessare quello che non avevano commesso. I giudici si accanirono contro di loro e presero un provvedimento esemplare, che doveva portare infamia ai colpevoli degli orrendi misfatti a loro imputati: la casa del Mora fu abbattuta e al suo posto fu eretta una colonna come monito per il futuro.

Alessandro Manzoni dedica pagine memorabili a questo episodio della vita milanese, cha ha ancora tanto da insegnare anche ai nostri giorni: La Storia della colonna infame.

Questa colonna rimase al suo posto finché fu fatta demolire nel 1778 da Carlo Firmian, governatore della Lombardia per l’imperatore austriaco Giuseppe II.

La decisione fu contrastata: l’atto poteva sembrare una contestazione dell’autorità giudiziaria. Fu comunque conservata la lapide, che oggi è esposta nel cortile del Castello Sforzesco.

Il testo scolpito descrive con dettagliato sadismo le torture e la pena, suscita orrore, ma non reca più infamia ai due condannati; reca infamia a chi li condannò, a chi si fece braccio armato dei pregiudizi e dell’ignoranza.

Nell’ambito delle celebrazioni del centocinquantesimo anniversario della morte di Alessandro Manzoni torneremo sull’argomento al Centro Ricreativo Culturale Al77; chi ha voglia di fare una passeggiata in corso di Porta Ticinese angolo GG Mora potrà fermarsi a vedere il monumento che ricorda questo brutto episodio della storia milanese. Troverà un’iscrizione con le parole tratte dall’opera manzoniana: “È un sollievo pensare che, se non seppero quello che facevano, fu per non volerlo sapere, fu per quell’ignoranza che l’uomo assume e perde a suo piacere, e non è una scusa, ma una colpa”.