Ricevo da Silvia Petrone una foto della scritta che appare sopra il camino della Sala della Stufa Valtellinese, primo ambiente del Museo Bagatti Valsecchi in via Gesù 5 a Milano. Ecco il testo:

Quisquis amat dictis absentum rodere vitam
hanc flammam vetĭtam noverit esse sibi

Ecco la traduzione con le osservazioni

La scrittura, graficamente elegantissima, presenta un genitivo absentum con la desinenza in -um [1] giustificabile in vari modi (il modello di riferimento, esigenze metriche, legittimità grammaticale) e alcune abbreviazioni più raffinate che necessarie (lo spazio non mancava). L’elegante distico elegiaco si potrebbe così tradurre, quasi letteralmente:

“Chiunque ama rosicchiare la vita degli assenti
sappia che questa fiamma gli è vietata”

L’infinito rodĕre si potrebbe rendere con il nostro “rosicare”, nel senso di “parlare male”, soprattutto per invidia; il topo rovina ciò che morsica.

Il distico si trova anche nella Vita di Sant’Agostino dell’amico Possidio (IV sec.), che nel Cap. XXII, dedicato al comportamento di Agostino nel vitto e nell’abbigliamento (In vestitu et victu qualis fuerit Augustinus[2]) racconta che “contra pestilentiam humanae consuetudinis in ea [scil. mensa] scriptum habebat:

Quisquis amat dictis absentum rodere vitam
hanc mensam indignam noverit esse sibi”

Il primo verso è identico, mentre nel secondo troviamo due parole diverse: mensam indignam[3], che costituiscono una variante anche ritmica del pentametro: lo spondeo nel secondo piede dà un tono più severo al verso. Il senso è identico: la maldicenza deve stare lontana da questa casa, dal suo focolare (flamma) e dalla sua mensa (mensam) o per volontà (vetĭtam) del padrone, perché è indegna (indignam) dell’ospitalità offerta.

 

[1] In quanto aggettivo si dovrebbe trovare la desinenza -ium, ma la grammatica e l’uso ammettono la desinenza -um.

[2] “Com’era Agostino nel vestito e nel vitto… contro la peste dell’umana consuetudine, su di essa aveva scritto”.

[3] Al posto di flammam vetitam.