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Per chi viaggia verso Bologna Fontanellato è il nome di un’area di parcheggio che si trova prima di Parma, una pausa nel noiosissimo percorso rettilineo dell’autostrada A1. Fontanellato merita assolutamente una pausa più lunga per una visita: è un borgo straordinario al cui centro si trova la Rocca Sanvitale, un castello circondato da un fossato, eretto in un grande spiazzo nel quale si svolgono periodicamente mercati d’antiquariato e di golosi prodotti gastronomici.

All’interno della rocca ci sono arredi interessanti, artistiche decorazioni pittoriche di grande originalità e ambienti ben conservati e ben descritti dalle guide che accompagnano i visitatori. Il gioiello della rocca è la saletta detta di Diana e Atteone, affrescata nel 1523 per il conte Galeazzo e sua moglie Paola Gonzaga da un giovanissimo Parmigianino: le lunette raccontano il mito che Ovidio celebra nelle Metamorfosi (III, 155-sgg.); lo specchio che si trova sul soffitto è contornato dalla scritta respice finem e nel fregio si trovano alcuni versi latini.

Quanto Ovidio c’è in questa saletta?

Ovidio dedica più di cento versi all’episodio, troppi per un fregio di una piccola stanza. Il pittore ebbe l’incarico di raffigurare il racconto e un anonimo poeta compose i due distici che furono dipinti sul fregio.

Atteone, allontanatosi dai compagni durante una battuta di caccia, scorge la dea Diana nuda e per questo subisce una metamorfosi punitiva: trasformato in un cervo viene sbranato dai suoi stessi cani aizzati dai compagni. Se, come alcuni pensano, la saletta fu una stanza da bagno, la decorazione pittorica sembra un galante ammonimento a non sbirciare la bella padrona di casa Paola Gonzaga, raffigurata probabilmente come Cerere nel lato est. La scritta sul soffitto “respice finem” (guarda la fine) potrebbe ricordare la fine fatta da Atteone e insieme ammonire eventuali curiosi che osassero guardare la contessa senza veli.

Gli affreschi nell’insieme svolgono una funzione decorativa: il dramma è assente nello scenario e nei volti, domina la natura nella sua bellezza, che culmina nella bella testa di Atteone mutato in cervo e destinato a una fine crudele. Ecco la poesia così com’è disposta nel fregio sulle quattro pareti

"AD DIANAM / DIC DEA SI MISERUM SORS HUC ACTEONA DUXIT A TE CUR CANIBUS / TRADITUR ESCA SUIS / NON NISI MORTALES ALIQUO / PRO CRIMINE PENAS FERRE LICET: TALIS NEC DECET IRA / DEAS”

Che va così trascritta:

Ad Dianam

Dic, dea, si miserum sors huc Acteona duxit
a te cur canibus traditur esca suis?

Non nisi mortales aliquo pro crimine penas
ferre licet: talis nec decet ira deas.

A DIANA - Di’, o dea, se la sorte qui condusse il povero Atteone, perché da te è dato in pasto ai propri cani? Non è giusto che i mortali subiscano una pena se non per una colpa e un'ira tale non si addice alle dee.

L’anonimo autore dei due distici utilizza una sola parola ovidiana: miserum (III, 201); poi ci sono due possibili richiami: esca (cfr. edere v. 238) e crimine (v. 268). Mentre per l’anonimo fu la sorte a condurre Atteone in quel luogo (sors duxit) Ovidio parla di destino: fata ferebant (v. 176).

I due poeti sul piano formale sono distanti nel tempo e nella forma, ma sono concordi nello schierarsi dalla parte dello sfortunato incolpevole Atteone, al quale non si può rimproverare nulla (crimen): la sua punizione è ingiusta e non fa onore a una dea.

Per approfondire

http://www.nelparmense.biz/fontanellato/comune/pterra/parmig/index.htm (di carattere generale)
https://arengario.net/momenti/momenti25.html (sul piano artistico)
http://www.iconos.it/le-metamorfosi-di-ovidio/libro-iii/diana-e-atteone/immagini/20-diana-e-atteone/  https://www.arthistoricum.net/kunstform/rezension/ausgabe/2004/1/2693 (in tedesco)

https://archiv.ub.uni-heidelberg.de/propylaeumdok/1859/1/Schmitzer_Ovidio_fra_Parma_e_Berlino_2009.pdf (in italiano)

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