Giovanni Verga e il latino

In chiusura della mia avventura verghiana vorrei aggiungere alcune considerazioni che riguardano possibili rapporti tra lo scrittore e la lingua latina.

Certamente Verga ha studiato il latino, ma nella sua attività di scrittore non mi risulta alcun componimento in latino. Rivolgendosi all’Italia appena unita, non volle esprimersi in dialetto e non poteva certamente usare la lingua latina. Nel campione di lettere che mi è capitato di leggere ho solo trovato qualche frase latina di circostanza, luoghi comuni che fanno parte del lessico privato e pubblico di una persona colta, nulla più.

Ma nei libretti delle due Cavallerie il latino c’è…

Nell’opera di Mascagni c’è il classicissimo Regina coeli, con il suo breve testo che è alla base di un bel fraseggio del coro con Santuzza, un dialogo drammatico in crescendo. Chi vuole può ascoltare il brano in una delle numerose versione caricate dagli amanti della musica lirica sul YouTube. Il testo dell’inno latino intonato dal coro risuona chiaro, con la pronuncia tradizionale (non restituta) come ci si deve attendere in un canto liturgico.

Nell’opera di Monleone il coro fa da sottofondo al dialogo tra Alfio e Santuzza, cantando in latino[1]. Il coro resta lontano e contrasta con l’ira omicida che si fa largo nel cuore di Alfio. Le parole del librettista Giovanni Monleone, fratello del compositore Domenico, sono incomprensibili all’ascolto e la ricerca del testo è difficile, a causa della distruzione degli spartiti operata in seguito alla condanna degli autori per plagio.

L’unico testo che ho trovato è riportato nel libro di Chiara Di Dino[2] e presenta delle curiose anomalie.

Il popolo in chiesa intona: “O rex aeternae Domine, rerum creator omnium, qui eras…” (aeternae[3] è un  palese refuso); si coglie immediatamente la disposizione ritmica delle parole, che poi svanisce nella scrittura in prosa. Dopo qualche ricerca in rete ho trovato una (parziale) spiegazione che propongo a chi vorrà leggere queste due righe.

I primi versi costituiscono l’incipit di un inno della liturgia delle ore (Vespri) in tempo di Pasqua, nei giorni feriali fino all’Ascensione, fu scritto nel V o VI secolo ed è riportato dal Migne nelle opere “attribuite” a Sant’Ambrogio. Il testo è presentato come Hymnus (paschalis) matutinus Inno LXI, composto in dimetri giambici.

Il Venerabile Beda nel suo De arte metrica sceglie questo inno tra gli "Alii Ambrosiani non pauci" come ammirevole esempio di evoluzione della metrica classica e ne cita la prima strofa, che corrisponde perfettamente al testo di Monleone:

Rex æterne Domine,
Rerum Creator omnium,
Qui eras ante sæcula
Semper cum patre filius…

Il resto dell’inno è stato tramandato in diverse versioni di lunghezza diversa, nessuna delle quali pare fedelmente seguita nel libretto di Monleone: il testo seguente sembra in disordine, il metro poetico svanisce, la corrispondenza con i testi della liturgia è parziale. Purtroppo non è molto d’aiuto l’ascolto dell’opera: le parole non si distinguono, coperte come sono dal canto dei protagonisti e dall’orchestra.

Colpisce però la perfetta corrispondenza dei primi versi dell’inno in tutti i testi, libretto monleoniano compreso, che non può essere casuale: potrebbero essere quello che resta di un inno ambrosiano. Che siano autentiche parole di Sant’Ambrogio? 

Ovviamente non si sa, però mi piace immaginare che sia così. Quanto al testo del libretto… la ricerca non finisce qui; la ricerca continua.

APPENDICE

Per avere un’idea dell’accentazione i primi due versi potrebbero suonare così:

O réx ætérne, Dómine,
sempér cum P
átre Fílius,

 RIFERIMENTI

Il testo dell’inno nella versione del Migne

Il testo dell’inno secondo il calendario liturgico

 

 

[1] Udibile al minuto 28.42 nell’unica versione disponibile in YouTube a questo link 

[2] Chiara Di Dino, VERGA-MASCAGNI-MONLEONE, L’altra Cavalleria Rusticana – Quel mistero per eccesso di Cavalleria… Soc. Ed. Dante Alighieri, 2012, pag. 183.

[3] La desinenza del vocativo è -e