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L’anacronismo del titolo è voluto: Catullo ha ricevuto un regalo, sì, ma non per Natale (ovviamente), ma per i Saturnalia, una festa che cadeva alla fine dell’autunno: ai tempi di Augusto duravano tre giorni, terminavano esattamente (avverbio un po’ esagerato per l’antichità) a. d. XIV kal. Ian.1, erano giorni di festa, in cui si scambiavano regali e si scherzava celebrando i tempi felici dell’età dell’oro di Saturno. Era una festa che assomigliava un po’ al carnevale (per gli scherzi) e un po’ al Natale (per i regali).

Nel carme XIV Catullo racconta di aver ricevuto in dono dall’amico poeta Calvo un’antologia di poetastri, uno scherzo maligno fatto a un raffinato poeta, il più grande dei poëtae novi.
Un affronto di tale portata meritava una degna vendetta: il giorno successivo Catullo promette...

di contraccambiare l’amico Calvo seppellendolo sotto una montagna di libri scritti dai peggiori poeti del tempo. 
È una poesiola leggera, scherzosa, che apre una finestra sul raffinato mondo del circolo dei Poeti Nuovi e testimonia la vivacità del mercato librario del tempo. Possiamo immaginare gli scaffali (scrinia) nelle botteghe dei librai (librariorum) con i libri esposti, con gli astucci cilindrici ordinati, e i rotoli cartacei (volumina) arrotolati intorno a un bastoncino di legno colorato (umbilicus).
Ecco il testo (in endecasillabi faleci) con una versione italiana

Nei te plus oculis meis amarem,

iocundissime Calve, munere isto

odissem te odio Vatiniano:

nam quid feci ego quidve sum locutus,

cur me tot male perderes poetis?

Isti di mala multa dent clienti,

qui tantum tibi misit impiorum.

Quod si, ut suspicor, hoc novum ac repertum

munus dat tibi Sulla litterator,

non est mi male, sed bene ac beate,

quod non dispereunt tui labores.

Di magni, horribilem et sacrum libellum!

Quem tu scilicet ad tuum Catullum

misti, continuo ut die periret,

Saturnalibus, optimo dierum!

non non hoc tibi, salse, sic abibit.

Nam si luxerit ad librariorum

curram scrinia, Caesios, Aquinos,

Suffenum, omnia colligam venena

ac te his suppliciis remunerabor.

Vos hinc interea valete, abite

illuc, unde malum pedem attulistis,

saecli incommoda, pessimi poetae.

Se non ti amassi più degli occhi miei,

spiritosissimo Calvo, per un dono come questo

ti odierei con un odio degno di Vatinio:

ma cosa ho fatto io, cosa ho detto

perché tu mi uccidessi con tanti poeti?

Un sacco di accidenti gli Dèi portino a ‘sto cliente

che ti ha mandato così tanti sciagurati.

Perché se, come sospetto, questa bella scoperta

te la dà in dono Silla, il maestrino,

non mi sta male, anzi: ne sono ben felice,

perché non vanno perse le tue fatiche.

Grandi Dèi! Che orribile abietto libello!

Che tu ovviamente hai mandato al tuo Catullo,

perché morisse sul colpo nel giorno

dei Saturnali (Natale?!), il giorno più bello!

No no, non te la caverai, spiritosone.

Appena farà giorno andrò alle botteghe

dei librai, raccoglierò i Cesii, gli Aquini,

Suffeno, farò incetta di tutti i veleni

e ti ripagherò con questi supplizi.

Voi, intanto, addio, andatevene

là da dove avete mosso i vostri sciagurati passi

malanni del secolo, pessimi poeti.

Prima di farne una seconda lettura è bene ricordare le persone citate nella lirica.

Destinatario della poesia è Gaio Licinio Calvo (82 – 48 a.C.), amico di Catullo, avvocato e uomo politico (=oratore) e, come lui, poeta neoterico.
Publio Vatinio fu un politico contemporaneo di Catullo e Calvo, cesariano di ferro, promotore di numerose leggi, tra cui quella che conferiva a Cesare il governo della Gallia e dell'Illiria per cinque anni. Contro di lui Cicerone pronunciò l’orazione In Vatinium e Calvo, a partire dal 58 a.C., lo denunciò tre volte. Ecco perché l’odio di Vatinio per Calvo (vatiniano) poteva essere giustificato.
Cesio e Aquino, citati al plurale in segno di disprezzo, sono ignoti; forse solo Aquino compare in un passo di Cicerone (Tusc. 5, 63) in cui è citato un tale Aquinius soddisfatto della propria opera come quasi tutti i poeti.
Suffeno, altrimenti ignoto, citato al singolare con voluto contrasto a sottolinearne l’unicità (in senso negativo), gode del privilegio di un carme interamente a lui dedicato (XXII); per avere un’idea della considerazione di cui
godeva la cattiva poesia ricordiamo che Catullo la considerava “
cacata carta2.

Silla (Sulla) è un ignoto litterator, un maestro elementare, che insegnava a leggere e scrivere (da littera), da non confondere con un litteratus, parola con cui si definisce una persona colta. Il grande avvocato Calvo sta riciclando (si usava anche allora!) il regalo ricevuto da un modesto “maestrino” come ringraziamento. Catullo si prende gioco dell’amico fingendo di essere comprensivo: sono contento che il tuo lavoro abbia ricevuto un “degno” compenso.
Trascrivo il cappello introduttivo scritto da Giovanni Pascoli nella sua antologia Lyra (prima edizione 1895): I due poeti si erano vie più stretti d’amicizia: il iocundus Licinius è divenuto iocundissimus Calvus. È il dì XIV Kal. Ian., il più bel dì dell’anno, i Saturnali, in cui si mandavano e ricevevano doni e augurii in memoria del tempo d’oro: io Saturnalia! Bona Saturnalia! Anche Catullo riceve un dono del suo gentilissimo Calvo: un bel dono, in verità".
Aggiungo anche una nota filologica, sempre di Giovanni Pascoli, che così commenta l’ipotesi di leggere “false” [falsone] al posto di “salse” [spiritoso] al v. 16:
"false: i codd. e le edd. hanno ora salse, ora false: mi pare quadri meglio il secondo: «impostore»; non tanto, come afferma il B., per aver simulato amicizia nel fare il dono a Catullo, quanto per aver dissimulato lo scorno d’averlo ricevuto esso da Sulla".

Ora possiamo rileggere la poesia, gustandone i toni ironici, scherzosi e vagamente snob.

1 Ante diem XIV Kalendas Ianuarias, il quattordicesimo giorno prima delle calende di gennaio, cioè il 19 dicembre.

 

2 Riferito ai versi di Volusio, ma valido per tutti i poetastri (carm. XXXVI).

 

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