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 Il latino nella Commedia

In occasione del settecentesimo anniversario della morte di Dante sono stati scritti tanti libri di vario genere, dai saggi più seri ai romanzi più divertenti. Ne ho letto alcuni con grande piacere, dal pirotecnico Vai all'Inferno, Dante! di Luigi Garlando ai più seri A riveder le stelle di Aldo Cazzullo e Dante di Alessandro Barbero (il mio preferito).

Nel frattempo però ho scelto di rileggere la Commedia per intero, senza fretta: un cammino in compagnia di amici conosciuti e talvolta ricordati anche a memoria: mi sono imbattuto in passi ostici e ho avuto illuminazioni improvvise, prodotte da versi bellissimi, che non avevo notato nelle letture precedenti. 

Al termine dell’Inferno sono stato colpito da un’assenza che non mi aspettavo: avevo trovato pochissime parole in latino!

Sono tornato indietro per eseguire una lettura mirata, alla ricerca di passi in latino. Niente da fare: della lingua latina non c’è traccia nell’Inferno. Interi canti si succedono, solo in volgare. C’è addirittura una frase in lingua “satanica[1]”, famosissima; non mancano latinismi in quantità[2], ci sono evidenti passi ispirati da celebri versi latini, ma ho trovato solo quattro parole latine nel primo canto[3] e un verso intero nel XXXIV[4].

L’Inferno, la cantica del buio, del frastuono e del disgusto, dove il nome di Cristo non è degno di comparire, sembra quasi indegno della lingua latina, che è timidamente attestato all’inizio e in chiusura della cantica. Nell’ultimo canto dell’Inferno si trova in una posizione di rilievo la frase Vexilla regis prodeunt inferni (XXXIV, 1), l’incipit dell’Inno alla Croce di San Venanzio Fortunato (VI sec.), una citazione che, secondo Grabher, dà al canto conclusivo dell’Inferno “solennità di religioso orrore”.

Nel Purgatorio le parole latine compaiono invece numerose in tutta la cantica. Sono riferibili a preghiere, passi evangelici, testi biblici e religiosi in genere, sono parole singole, coppie di parole, endecasillabi interi: la lingua latina è costantemente presente e in misura decisamente superiore rispetto alle altre due cantiche. La sua ricca presenza culmina in una terzina quasi completamente in latino, collocata nell’ultimo canto (XXXIII, 10-12); parole solenni, tratte dal Vangelo di Giovanni (XVI, 16) con le quali Gesù annuncia la propria morte e risurrezione, auspicio di una Chiesa riformata e corretta.

Modicum, et non videbitis me;
et iterum,
sorelle mie dilette,
modicum, et vos videbitis me[5].

Fra poco non mi vedrete
e di nuovo, sorelle mie dilette fra poco voi mi vedrete.


Ho contato la notevole somma di centosei parole latine nel Purgatorio, un numero immensamente superiore a quello dell’Inferno: la lingua latina, come la luce, illumina la lunga strada che deve percorrere il peccatore per redimersi, è lingua nobile, della fede e della preghiera. Anche in questa cantica è presente un’altra lingua, il provenzale[6]. Non è la lingua “chioccia”, disarmonica, incomprensibile, demoniaca, ma è nobile come il latino, è poetica[7] e musicale, una piccola tentazione che ricorda la vita terrena.

Il latino è ben presente in questa cantica della speranza, è lingua di consolazione e di solidarietà umana.

Nel Paradiso la lingua latina ha una buona rappresentanza, ma in misura minore rispetto al Purgatorio: ho potuto contare solo sessantotto parole, latinismi esclusi.

Due intere terzine sono in latino: la prima include due parole ebraiche e si trova all’inizio del VII canto (vv. 1-3), dopo quello interamente dedicato a Giustiniano:

Osanna, sanctus Deus sabaòth,
superillustrans claritate tua
felices ignes horum malacòth!

Salve, santo Dio degli eserciti
che con la tua luce fai splender di più
i fuochi beati di questi regni!

La solennità della terzina è aumentata dalla presenza delle parole ebraiche, nell’ultima delle quali è stata individuata un’imprecisione formale.
La seconda terzina interamente in latino ha una caratteristica che la distingue da tutte le altre: non deriva dall’ambito religioso perché contiene le parole con cui Cacciaguida accoglie il suo discendente (XV, 28-30):

O sanguis meus, o superinfusa
gratia Dei, sicut tibi cui
bis unquam coeli ianua reclusa?

O sangue mio, o sovrabbondante
grazia di Dio, come a te a chi
due volte mai fu dischiusa la porta del cielo?

Non ho certo la pretesa di competere con gli studi accurati degli esperti che si sono occupati e si occupano di questi versi latini. A me, però, basta osservare che in questa terzina, unica in tutta la Commedia, Dante usa la lingua latina pura, senza contaminazioni con altre lingue. A mio modesto parere sembra una scelta linguistica finalizzata a dare particolare rilievo all’incontro di Dante con il proprio avo: sono parole destinate a restare per sempre impresse nella mente di noi lettori, per l’alto valore espresso e per la forma solenne di lezione morale su cui riflettere.

E qui ci fermiamo. La differente presenza del latino nelle cantiche porta a una conclusione sicura: il latino non è lingua “da Inferno”, è una lingua nobile, che tace nel mondo della perdizione ed è invece degna cittadina delle cantiche della salvezza e della beatitudine divina: come la luce, che in diversi gradi, accompagna l’uomo nel suo cammino verso le stelle.

 

[1] Pape Satàn, pape Satàn aleppe! (VII, 1); frase che ha ispirato, tra l’altro, una brillante poesia di Trilussa e dato il titolo a un libro di Umberto Eco (un mio articolino sull’argomento compare nel N. 210, pag. 10 della rivista Cooperazione & Solidarietà, scaricabile qui).

[2] Per esempio “pulcro” (VII, 57), “sezzo” (VII, 130) o il più volte ricorrente “per me”, espressione tanto latina quanto italiana (per tutti: III, 1-3 in anafora).

[3] I, 65: Miserere; nello stesso canto al v. 70 sub Iulio; Vas (II, 28) riferito a San Paolo, qui chiamato Vas d’elezione e tradotto come “il gran vascello | de lo Spirito Santo” in PD 126-127.

[4] Vexilla regis prodeunt inferni (XXXIV, 1) incipit dell’Inno alla Croce di Venanzio Fortunato.

[5] Sono le parole dette da Cristo per annunciare la propria morte e resurrezione (Giov. XVI, 16)

[6] Tan m’abellis vostre cortes deman… (XXVI, 139-147)

[7] Non va dimenticata la presenza anche del Dolce stil novo, lingua umana dell’armonia.

 

 

 

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