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Anche nell’ultimo libro di Vitali (in collaborazione con Picozzi) il latino occupa un piccolo spazio che offre interessanti spunti di riflessione.

Nel cap. 2 (pag. 11) una delle protagoniste, la giovane medium Birce, torna a casa dopo una delle sue inspiegabili passeggiate solitarie, accompagnata dalla Perseghèta, una compaesana.

La Perseghèta, uno dei tanti fantasiosi nomi che solo la fantasia di Vitali sa inventare, racconta che Birce “alle sue domande aveva risposto in una lingua che sembrava quella del prete in chiesa”. Latino. Il latino viene sentito dai parrocchiani come una lingua da collegare alla chiesa, alta, inarrivabile e misteriosa, che suscita soggezione.

Nel cap. 21 (pag. 52) il rettore del santuario...

 

Nel cap. 21 (pag. 52) il rettore del santuario canticchia un canto ecclesiastico che gli infonde pace: Veni creator Spiritus.

Essendo il romanzo ambientato all’inizio d’agosto del 1893, questo canto pentecostale può verosimilmente essere nella mente oltre che nel cuore del sacerdote. Vitali commenta alcuni versi con acuta sensibilità.

Veni, creator Spíritus,
Accende lumen sensibus,
infunde amorem cordibus,
mentes tuorum vísita,
Hostem repellas longius
pacemque dones protinus.

Il testo è riportato in parte e non è in sequenza, come si può notare leggendo il testo completo; è un canto attribuito all’arcivescovo di Magonza Rabanus Maurus (776-856) che dà luogo a particolari indulgenze (cfr. questo sito). Il Veni creator costituisce la prima parte della solenne ottava sinfonia di Gustav Mahler. Il testo intero, la musica e o spartito si possono trovare facilmente in rete. Si può notare la piccola differenza tra il singolare hostem e il plurale hostes della citazione di Vitali.

Nel cap. 98 (pag. 226) troviamo alcune frasi un po’ “strane”: Usque tandum e, più avanti, sed quisque faber sfortunae suae .

Le frasi sono pronunciate dal rettore del santuario, che conosce il latino, però questo errore, a meno che non sia di stampa, è anomalo; tandum non esiste in latino: l’avverbio è tandem e la frase costituisce l’incipit della seconda catilinaria: Quo usque tandem, Catilina, abutēris (o abutēre) patientiā nostrā? (fino a quando, Catilin, abuserai della nostra pazienza?). Nel contesto del romanzo il rettore vuole avvisare i suoi factotum che rischiavano il posto: li avrebbe difesi ma non per sempre ed esprime in modo un po’ nascosto questa promessa, per incutere un po’ di paura ai due volenterosi popolani.

La seconda frase presenta un anomalo sfortunae (anche questa parola non esiste in latino) come variante di un celebre detto attribuito al console Appio Claudio Cieco[1] Faber est suae quisque fortunae (ciascuno è artefice della propria sorte). Questa frase proverbiale forse poteva anche essere compresa dai due poveretti, che avranno colto soprattutto la minacciosa parola sfortunae.

Il rettore marca la sua distanza dai suoi sottoposti e afferma la propria superiore autorevolezza servendosi del latino. È vero che poi spiega le proprie parole, ma alla fine dell‘Ottocento i tempi non sono molto cambiati rispetto a quelli di Renzo (cfr. il famoso latinorum). Parole incomprensibili per la gente umile, ma che, grazie al latino, in latino danno a chi le pronuncia una posizione di superiorità.

 

[1] Pseudo Sallustio, Epistula ad Caesarem senem de re publica 1,1,2

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