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Usi (buoni e cattivi) della lingua

Seconda puntata sulle parole ricorrenti, dedicata a una congiunzione usata frequentemente, quasi come il “no?”. Ultimamente non è usata solo come congiunzione avversativa, ma spesso come parola di esordio: viene collocata all’inizio di un discorso, in genere introduce la risposta a una domanda di un interlocutore nel corso di un’intervista.

Questo monosillabo assume diverse intonazioni e funzioni, più spesso è pronunciato in forma semplice, alcune volte ha invece valore di interiezione; in tal caso presenta un’aspirazione finale rappresentabile con la lettera “h”. Meno spesso ha un’intonazione interrogativa, per sollecitare l’interlocutore ad avanzare un’obiezione attesa.

Dal punto di vista etimologico la congiunzione “ma” deriva dall’avverbio latino magis, comparativo di maggioranza traducibile come “piuttosto”. La parola italiana “ma” etimologicamente esprime una contrapposizione, nella quale la frase (la parola) successiva vale di più di quanto è stato affermato prima.

Sul piano grammaticale “ma” è una congiunzione coordinante avversativa, che precede una parola o una frase coordinata e, per la sua posizione, svolge la funzione di segnafrase. La funzione comunicativa di questo monosillabo in un contesto di dialogo può assumere diverse gradazioni.

Un semplice “ma” che introduce la risposta equivale a un sottinteso “io ho ascoltato la tua domanda / le tue parole, ma il mio discorso è diverso”. Non è solo un modo di iniziare un discorso ma è una critica più o meno garbata alla domanda, corregge la domanda ricevuta rendendo difficile il dialogo. Può capitare quando un intervistatore ha posto una domanda lunga, che magari contiene già la risposta (può succedere); l’intervistato propone, legittimamente, un’alternativa.

Un “ma” più marcato può essere la reazione a una domanda provocatoria o paradossale o ironica; corregge il modo in cui è posta la domanda, più che la domanda in sé. Il dialogo può continuare e acquistare vivacità. 

Il “ma” introduttivo pronunciato con tono irato, magari integrato dalla banale domanda retorica “di cosa stiamo parlando?” apre una contestazione, e avvia il dialogo verso l’alterco.

L’interiezione “mah!” comunica un messaggio più complesso, contiene un senso di rassegnazione, di constatazione che “ormai” non c’è più niente da fare e può essere presa per un invito a condividere la sconsolata osservazione di una triste realtà.

Probabilmente ci sono altre sfumature che non ho elencato (si accettano suggerimenti); quasi certamente fino a poco tempo fa nessuno avrebbe iniziato un discorso con “ma”; posso dire che non mi dispiace l’esordio che ho spesso sentito in lingua inglese “well”; vale un “bene! ti ho ascoltato, ho capito e ora rispondo a tono”, ma non si sente spesso, per non dire mai.

Sicuramente la ricorrenza del “ma” introduttivo rivela una caratteristica dei nostri tempi: oggi è più difficile trovarsi d’accordo, quasi mai il consenso è pieno: c’è la voglia di distinguersi ad ogni costo, di esprimere un punto di vista originale, un pensiero comunque “diverso”. Lo vediamo nella vita di tutti i giorni, negli incontri quotidiani: sempre più spesso le persone parlano per sé, fanno fatica ad attendere la fine del discorso di un altro, intervengono (forse, meglio, interrompono) dicendo che il loro discorso è “tutto diverso” o che “intendevano un’altra cosa”. Sono i “dialoghi” che oggi prevalgono, due binari che non si incontrano mai.

Riferimenti: Apprendiamo con piacere da questo articolo qual è la parola universale di esordio; in questo altro articolo la (quasi) conferma.  Secondo la Treccani è un connettivo testuale il cui valore si comprende meglio in un contesto. Imperdibile: “Però” di Gigi Proietti.

 

Categoria: Usi della lingua italiana