Recte Lucretius sentiebat

Hodie magno cum gaudio nuntium hoc accepimus: alter sol, aliae terrae similes in vicino spatio exsistunt. Sic Epicurus  abhinc viginti quattuor saecula sentiebat et sic canebat Lucretius in De Rerum Natura (II, 1048-1089). Infra Lucretii versus legi possunt, brevi praefatione addita. 

Praefatio

Nella parte conclusiva del secondo libro il poeta affronta un punto fondamentale della speculazione filosofica e di grande attualità anche oggi: il nostro è l'unico mondo esistente nell'universo? Grandi filosofi (Platone, Aristotele) avevano risposto di sì, basando la loro convinzione sull'opera di una divinità e postulando, insieme ad una visione antropocentrica, l'immortalità  del mondo. Lucrezio invita il lettore ad usare la ragione e a seguirlo nella sua argomentazione.

Dato che lo spazio e la materia sono infiniti non è ragionevole pensare che il nostro sia l'unico mondo possibile: infiniti mondi come il nostro possono essere formati dal casuale aggregarsi degli atomi. A dimostrazione della sua tesi il poeta presenta tre argomenti, che serviranno a dimostrare l'estraneità degli dèi alle vicende umane e che il nostro mondo, come ogni cosa nell'universo, è destinato a morire.

Principio nobis in cunctas undique partis

et latere ex utroque <supra> subterque per omne

nulla est finis; uti docui, res ipsaque per se

vociferatur, et elucet natura profundi.

Nullo iam pacto veri simile esse putandumst,

undique cum vorsum spatium vacet infinitum

seminaque innumero numero summaque profunda

multimodis volitent aeterno percita motu,

hunc unum terrarum orbem caelumque creatum,

nil agere illa foris tot corpora materiai;

cum praesertim hic sit natura factus, et ipsa

sponte sua forte offensando semina rerum

multimodis temere incassum frustraque coacta

tandem coluerunt ea quae coniecta repente

magnarum rerum fierent exordia semper,

terrai maris et caeli generisque animantum.

Quare etiam atque etiam talis fateare necesse est

esse alios alibi congressus materiai,

qualis hic est, avido complexu quem tenet aether.

Praeterea cum materies est multa parata,

cum locus est praesto nec res nec causa moratur

ulla, geri debent nimirum et confieri res.

Nunc et seminibus si tanta est copia quantam

enumerare aetas animantum non queat omnis,

vis<que> eadem<et> natura manet quae semina rerum

conicere in loca quaeque queat simili ratione

atque huc sunt coniecta, necesse est confiteare

esse alios aliis terrarum in partibus orbis

et varias hominum gentis et saecla ferarum.

Huc accedit ut in summa res nulla sit una,

unica quae gignatur et unica solaque crescat,

quin alicuiu’ siet saecli permultaque eodem

sint genere. In primis animalibus inice mentem:

invenies sic montivagum genus esse ferarum,

sic hominum genitam prolem, sic denique mutas

squamigerum pecudes et corpora cuncta volantum.

Quapropter caelum simili ratione fatendumst

terramque et solem lunam mare, cetera quae sunt,

non esse unica, sed numero magis innumerali;

quandoquidem vitae depactus terminus alte

tam manet haec et tam nativo corpore constant,

quam genus omne quod hic generatimst rebus abundans.

La teoria epicurea dell'infinità dei mondi ci è pervenuta nell'Epistola ad Erodoto, § 45. 

Epicuro

Nato a Samo da famiglia ateniese, si interessò fin da giovane alla filosofia, dedicandosi allo studio di Platone e di Democrito, ma si dichiarò orgoglioso della propria autonoma speculazione filosofica. Nel 310 fondò la sua prima scuola a Mitilene, si trasferì poi a Lampsaco e solo nel 306 aprì la sua scuola ad Atene, chiamata kepos, Giardino.

La collocazione del Giardino era significativa: lontano dalla città ed immersa nella natura, ospitava i discepoli che volevano apprendere dal maestro la sua dottrina filosofica. Potevano accedervi donne e schiavi, non c'era spazio per nessuna fede religiosa, né per altra dottrina: l'unica persona ad essere oggetto di una vera venerazione era il maestro. I discepoli vivevano in modo sobrio, coltivando la solidarietà e l'amicizia, lontani dalle passioni della politica e dagli eccessi dell'edonismo.

Da una lettera ad Idomeneo sappiamo che dovette affrontare una lunga e dolorosa malattia, che seppe affrontare con coraggio. Morì nel 270, lasciando tutto quello che aveva ai suoi discepoli. La scuola ebbe una certa vitalità solo fino al I secolo a. C.; la dottrina epicurea ebbe invece una grande diffusione in particolare a Roma.

Menghi - Marsilio, L'attività culturale in Roma antica - Storia e testi, vol I - Principato editore. (Commento a cura di Franco Sanna pag. 339 e sgg.)

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